Generali

Musichese+Linguese

A me sembra a volte che esista una formula per fare la canzone perfetta; oggi più che mai. Da quando si è presentata la possibilità di installare in ogni dove un impianto audio incontriamo la musica in ogni luogo che frequentiamo durante la giornata. Le uniche eccezioni sono rappresentate dagli ambienti che, considerando la riservatezza delle informazioni che vi si scambiano all’interno, necessitano di una certa discrezione dei modi: è evidente che si comunica con più riserbo il problemino che ci affligge in un particolare posticino al banconiere della farmacia, piuttosto che il salume che più ci accende la fame al banconiere della bottega alimentare. Difatti la musica la ritroviamo nei discount, negli alimentari, nei bar, nei supermercati ma non in banca, alle poste, in farmacia, in chiesa; la ritroviamo nella sala d’attesa del dentista, del dottore ma non nella sala del lettino dove siamo visitati. La musica quindi è rapportata a un’idea di scocciante ma inevitabile attesa, di vagabondaggio ozioso, di attività circoscritta e poco impegnativa, insomma di un tempo concavo che dev’essere occupato con qualcosa: la musica. Il perfetto riempitivo. Consente tanto di dissimulare l’imbarazzo nei momenti di silenzio, quanto di fornire un comodo supporto agli avvii e ai traguardi dei dialoghi; ci sottrae abilmente al timore di ogni voce: sorgere dal nulla e spegnersi nel nulla. Naturalmente la musica che può presenziare in questi ambienti deve possedere delle particolari qualità che sono per me difficilmente individuabili singolarmente ma che forse possono essere accomunate sotto la formula: “essere presente senza farsi presente”. La tipologia di musica di cui stiamo parlando deve infatti essere palese alle orecchie dell’uditorio senza però pretenderne l’attenzione, è una musica più centrifuga che centripeta, una presenza che proprio perché c’è non raccoglie l’attenzione su di sé ma anzi sembra respingere qualsiasi interesse che le si rivolga. Una “musica naturale”, nel senso che si sovrappone al naturale presentarsi delle cose divenendone parte imprescindibile e irrinunciabile. Alla musica naturale sta l’obbligo di non farsi notare e il suo unico ruolo sembra essere quello di manifestarsi senza turbare il consueto svolgersi degli eventi, anzi, proprio la sua presenza sarebbe una garanzia alla buona riuscita delle varie condotte sociali ad ogni luogo convenienti. C’è una sorta di pacificazione con se stessi e con gli altri attorno a sé nel momento in cui si ascolta una “musica naturale” proprio perché ci si culla nella consapevolezza che a nessuno quella musica risulterà particolarmente sgradita e così facendo si avrà forse l’impressione che siano attutiti tutti i probabili e sempre imminenti disagi della vita in società.

“Il disagio della civiltà”? Dormi sonni tranquilli Freud, siamo nel 21esimo secolo ormai, a risolvere tutto ci pensano la musica “del momento”! La musica è diventata un attributo del nostro fare, del nostro andare, e le radio ne sono ben consapevoli.

La musica che si fa e la musica che si trasmette nelle radio emittenti più famose, quelle più ambite dalla sintonizzazione amatoriale, risponde alla formula enunciata poco fa: essere presente senza farsi presente. La radio ricerca la musica, i produttori discografici ricercano le radio ed entrambi ricercano le persone e quindi i soldi. Ne viene che per accontentare un pubblico il più vasto possibile si debba fornire all’uditorio radiofonico un gusto musicale standard. Un pacchetto di caratteristiche armonico-melodico-verbali che al suo presentarsi non desti accensioni di curiosità o di dissenso ma accomodi l’aspettativa dei nostri uditi, ormai normalizzati. Un’importante caratteristica della musica perfetta che siamo riusciti a ricavare è quindi quella di creare, e poi rifarsi con inerzia, ad un gusto estetico che viene introiettato da una comunità molto numerosa, attraverso una massiccia esposizione ad esso. Nell’industria discografica non vige il detto “divide et impera”, ahimè.

Non ho ancora usato il termine “canzone” ma solo “musica”; c’è un perché. Parlavo infatti principalmente della componente strumentale dei brani passati in radio. Per quanto riguarda l’aspetto musicale di un pezzo infatti non è molto difficile pensare ad una struttura armonica e melodica che possa accontentare i timpani più disparati, una sorta di musica senza partito, che si rifaccia senza infamia e senza lode a un vocabolario dei suoni che includa quelli che vanno di moda e quelli sedimentati dalla tradizione. Una musica che parli il Musichese. Per quanto riguarda invece la parte testuale la questione si fa più interessante perché se le note sono le parole di un linguaggio internazionale, beh, non è così per le parole fatte di lettere. Mentre le note sono evocative, cioè suggeriscono uno stato d’animo, molto spesso generico, le parole sono invece connotate semanticamente, ossia portano con sé un significato o un campo di significati.

Ma è sempre così?

Ci sono essenzialmente due modi di pensare il testo di una canzone:

1) Un mezzo, un’occasione per esprimere ad un pubblico dei messaggi che è possibile comunicare grazie al fatto che sia gli autori che gli uditori condividono la medesima lingua.

2)Una componente della canzone che esiste proprio in virtù del fatto che una canzone, per essere tale, deve prevedere una sezione verbale. In questo caso le parole del testo non devono necessariamente essere appartenenti alla lingua della platea degli ascoltatori.

Consci dei ragionamenti precedenti notiamo subito quale (seppur semplicistica) definizione di testo difetta con l’idea di “musica naturale” e quale invece ci si sposa alla perfezione. L’unica tipologia di testo che potrebbe infatti affiancare una musica che “è presente senza farsi presente” è la seconda: un testo che rassicura con la sua presenza proprio perché non chiede all’ascoltatore nulla più dell’ascolto. Non pretende una comprensione, un’elaborazione razionale, anzi, la sua forza risiede nel non riservare alcun impatto intellettuale. Si qualifica come testo, come corpo di parole, che però giungono all’orecchio come puri dati acustici da cogliere esclusivamente con i sensi, pure gocce d’acqua senza residui.

Un compito, quello di questo testo, funzionale e accomodante. Che si usi (parlando tra noi) l’italiano, l’inglese, lo spagnolo è quasi indifferente, ciò che conta è che la tematica scelta sia semplice, affabile e che le parole, qualora comprensibili, si rifacciano ad un lessico ricorrente, popolare, noto.

Nonostante quindi anche utilizzando (sempre parlando tra noi) l’italiano abbiamo compreso che è possibile costituire un testo che non impegni le orecchie degli uditori è, secondo me, più interessante ispezionare anche un’altra più efficace alternativa.

Quale lingua potrebbe essere più naturale di una lingua che, al di là delle differenze culturali e linguistiche, a tutti è appartenuta. Faccio riferimento ad un modo di articolare suoni, sillabe elementari, che appartiene al (nostro) primo anno di vita. In questo periodo, e anche un poco oltre, il bambino fa esperienza del suo apparato fonatorio emettendo aria e  trasformando il suono che ne risulta attraverso lo spostamento e il posizionamento di lingua, labbra, denti. La cosiddetta lalalingua. È questo un periodo in cui la produzione di suoni segue una libertà spassionata, è un’attività non finalizzata che si basa però sull’imitazione di suoni già percepiti, per esempio quelli della lingua parlata dai genitori. La produzione di dati acustici prende quindi avvio dall’imitazione di piccole unità foniche, da linee melodiche vocali che sono state percepite e anche dal piacere stesso di esercitare un complesso di organi del nostro aumentando la consapevolezza percettiva che abbiamo di noi stessi. Piacere e imitazione.

Non si ripete un processo simile durante l’ascolto e poi la riproduzione, tutta amatoriale e scimmiottante, di brani di cui non conosciamo le parole? Non esercitiamo la voce per riprodurre suoni senza valore semantico, provando un estremo piacere, sia estetico che corporeo, nel farlo?

Il piacere del gesto puro. L’esercizio, più che di una lingua, della facoltà stessa del linguaggio. La canzone perfetta è così costituita da soli suoni, un’unità omogenea di entità sonore in cui riusciamo a distinguere testo e musica quel tanto da poter dire che si tratta di una canzone assemblata a regola d’arte ma non tanto da poter cogliere puntualmente i vocaboli e il loro significato. “La forma della canzone” più che “una canzone”.

Abbiamo trovato una “lingua naturale”, una lingua che abbiamo paragonato all’infantile lalalingua ma che da quest’ultima si discosta perché, rifacendosi a contesti linguistici più complessi, non ne condivide l’esteriorità bambinesca e comica. Potremmo chiamarla “Linguese”.

La canzone perfetta? Musichese + Linguese.

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