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La politica delle incertezze

Ancora una volta, l’opinione italiana sembra essere divisa in due.

Il discorso di Conte contro Salvini – un discorso che, anche se giudicato poco coraggioso e forse opportunista, l’ha portato ad essere uno tra i politici più popolari del momento – ha dato inizio alla crisi di governo. Si tratta di un inizio solo formale, perché la crisi è stata provocata da Salvini stesso, che prima ha deciso di interrompere l’alleanza con i 5 Stelle e poi ha presentato sfiducia contro Conte.

Il discorso si presenta idealmente come la chiusura di un percorso basato sull’alleanza Giallo-Verde e l’apertura di un ipotetico percorso, il Conte Bis, più orientato a sinistra, basato su un’alleanza M5S-PD.

Questa crisi ha dato vita ad un importante interrogativo: è meglio creare un nuovo governo Giallo-Rosso o ritornare al voto?

Almeno sulla carta, la risposta sembra semplice. Secondo la Costituzione “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” la quale afferma che:

  1. Una legislatura dura di norma 5 anni. Non esiste un numero massimo di governi, oltre il quale si ritorna a votare: l’unico limite è quello temporale (infatti in Italia, in circa 70 anni, ci sono stati ben 64 governi);
  2. I risultati alle elezioni europee, pur potendo dare un’indicazione della volontà popolare, non invalidano quelli delle elezioni politiche;
  3. Se non si raggiunge una maggioranza in Parlamento, è il Presidente della Repubblica, dopo aver sentito i pareri dei Presidenti di Camera e Senato, a decidere se rivotare o meno;

Un ritorno al voto non sembrerebbe quindi necessario.

Nell’attuale Parlamento il MS5 è la prima forza politica con il 32,68%, il PD la seconda con il 18,76% e la Lega la terza con il 17,35%. Un governo nasce da una maggioranza parlamentare che abbia almeno il 50+1% dei consensi e tale maggioranza si può formare anche dopo le elezioni tra forze politiche diverse che si erano presentate divise alle elezioni. A rigore di logica, se un accordo Lega+MS5 è da considerarsi accettabile, lo dovrebbe essere anche uno PD+MS5.

Questo senza contare che mediamente votare costa 400 milioni di euro.

Da dove nascono quindi i dubbi? In realtà da incongruenze abbastanza evidenti.

Come può il Presidente della Repubblica dare fiducia ad un’alleanza tra due partiti che non solo non hanno fatto altro che criticarsi – spesso andando molto oltre il classico rapporto tra Governo e opposizione – ma che in precedenza avevano proprio deciso di non allearsi?

Ciò che traspare da queste manovre sembra il classico gioco delle poltrone – per il PD, che ora sembra propenso ad allearsi con chi l’aveva pesantemente criticato e insultato – e un’assoluta mancanza di certezze – per il M5S, che, dopo il fallimento dell’alleanza con la Lega cerca un nuovo appiglio.

È palese che questa presa di posizione crei molto disaccordo anche perché se ne sono distanziati membri sia del Partito Democratico che del Movimento 5 Stelle. D’altra parte, questa linea – intransigente per alcuni e coerente per altri – contribuisce soprattutto alla frammentazione della sinistra italiana.

Come può un partito come il PD presentarsi come valida opzione a M5S e Lega se non riesce a trovare un accordo nemmeno con se stesso? È davvero quindi più conveniente allearsi con i Grillini per evitare il male peggiore (in questo caso, agli occhi del PD, la Lega)? E se si riesce ad accordarsi per far cadere la Lega, come potrà questa alleanza continuare a vivere e ad agire, una volta caduto il nemico, evitando di rimanere bloccata in interminabili discussioni?

Un’alleanza Giallo-Rossa può davvero funzionare o è destinata a soccombere come la precedente tra Lega e M5S?

Mattarella ha chiesto un Governo stabile e PD e M5S hanno inizialmente presentato rispettivamente cinque e dieci punti non negoziabili, dai quali, almeno teoricamente, si potrebbe provare a costruire qualcosa. Se da una parte si intravede da entrambi gli schieramenti una forte tendenza a sinistra e alcuni punti in comune – per esempio l’attenzione all’ambiente -, dall’altra si notano ancora forti conflitti: il PD chiede appartenenza leale all’Unione Europea (chiara frecciatina all’euro-scetticismo dei Cinque Stelle) nonché pieno riconoscimento della democrazia rappresentativa a partire dalla centralità del Parlamento (in contrapposizione alla democrazia diretta attraverso Internet del MS5).

Ora i punti dei Cinque Stelle sono aumentati a venti, probabilmente per mettere alle strette il PD e addossargli la colpa dell’ipotetica non riuscita di questo accordo.

L’ideale sarebbe la creazione di un governo programmatico, dove i partiti siano troppo impegnati a lavorare su punti ben precisi per litigare. Altrimenti il ritorno alle urne non sarebbe più una proposta assurda, perché un governo immobile non serve a nessuno.

La realtà è che non è nemmeno questo il vero problema. Anche se si riuscisse a trovare un accordo, dov’è la crescita economica che permetta il raggiungimento di questi punti? Dove trovare i 23 miliardi necessari per non far aumentare l’IVA? Come si può passare dal “cosa voglio fare” al “come lo voglio fare” se sono troppo impegnato a discutere su “con chi lo voglio fare”?

Tante domande fomentate da liti e pochissime risposte spesso per nulla concrete: questo sembra essere l’attuale panorama della politica italiana.

Allora la tendenza al semplicismo e alle politiche basate sugli slogan, così come il rifiuto al dialogo e alla complessità, non può più essere giustificata, spesso senza un ragionamento critico, con la presunta ignoranza dell’elettorato; va a motivarsi invece con l’assenza di una vera e precisa alternativa, che ad oggi, nel nostro Paese, sembra ancora mancare.

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