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La scimmietta razzista

Nel dicembre 2018, Prada, la nota società italiana operante nel settore della moda, è stata al centro di uno scandalo razziale.

Tutto ha avuto inizio con la messa in commercio di alcune scimmiette in legno e metallo acquistabili come accessori sia dal sito di Prada che nei negozi.

L’avvocato Chinyere Ezie, che nella sua biografia su Twitter si definisce “activist, mediamaker and Civil Rights Lawyer at @theCCR” (n.d.a. Center for Constitutional Rights), ha espresso il suo dissenso e ha ringraziato sarcasticamente la casa di moda in quanto la scimmietta rappresenterebbe un esempio di Blackface. Il fenomeno, nato principalmente in contesto teatrale, rappresenta il modo derisivo e stereotipante con il quale venivano rappresentati gli afroamericani nel diciannovesimo secolo. Il Blackface, in seguito all’insorgere della comunità afroamericana statunitense durante il Movimento dei Diritti Civili di Martin Luther King, venne screditato come stile di make up teatrale ed è ad oggi considerato razzista negli Stati Uniti ed è spesso al centro di polemiche, come per esempio quando il Blackface viene utilizzata per costumi di Halloween.

Chinyere Ezie non è stata l’unica ad osservare gli accessori prodotti da Prada attraverso una lente razziale: David Pilgrim, fondatore e direttore del Jim Crow Museum of Racist Memorabilia della Ferris State University di Big Rapids, nel Michigan, ha dichiarato che queste figure una sorprendente somiglianza con gli oggetti esposti nel suo museo, che ha più di 12.000 oggetti legati alle caricature razziste. Pilgrim ha anche sottolineato che ha poca importanza che gli accessori prodotti da Prada rappresentino degli animali e non delle persone perché appunto gli animali, specialmente le scimmie, erano storicamente razzializzati nella cultura popolare per disumanizzare i neri.

Secondo Vox, un sito web di informazione che si è interessato alla vicenda, Chinyere Ezie ha affermato che l’azienda italiana non avrebbe mai messo in commercio un simile prodotto se nel consiglio di amministrazione fossero stati presenti uomini o donne neri. Il sito web riporta che dei nove direttori, nessuno è nero e solo uno è di colore (negli Stati Uniti viene definito of color chiunque non sia bianco e la persona a cui si fa qui riferimento è Sing Cheong Liu, l’indipendent non-executive director di origini asiatiche). Se la cosa può sorprendere un cittadino statunitense, non ha certo lo stesso effetto su di un italiano, visto che l’Italia non è un paese così etnicamente eterogeneo come sono gli Stati Uniti ed è grossomodo questo il board che ci si potrebbe immaginare per una società italiana.

Al di là della non presenza di un afroamericano nel consiglio d’amministrazione di Prada, cosa che secondo l’avvocato  Chinyere Ezie avrebbe potuto evitare il problema ma che come abbiamo appena visto rappresenterebbe una situazione perlomeno non comune per un’azienda italiana, credo sia importante analizzare i fatti da due diversi punti di vista: uno economico e uno culturale.

Da un punto di vista economico Prada, in quanto azienda che si pone come obiettivo un mercato internazionale, ha commesso sicuramente un errore abbastanza stupido che poteva essere evitato. Se infatti mi prefiggo di vendere un prodotto in una determinata nazione, in questo caso gli Stati Uniti, devo tenere conto di come questo prodotto colpisce non solo i gusti, ma anche la sensibilità dei miei potenziali acquirenti. Sarebbe insomma stupido cercare di immettere nel mercato tedesco un pupazzetto di Adolf Hitler e aspettarsi un responso positivo.

Il secondo punto di vista da considerare è quello culturale. La polemica è nata negli Stati Uniti, nazione dove, secondo un censimento nazionale del 2015, il 13,3% della popolazione si definisce “nera o afroamericana” (anche se, dato interessante, la percezione sembra essere circa del 30%). Negli U.S.A. tematiche come il razzismo, il blackface e l’appropriazione culturale vengono viste e affrontate in un modo sicuramente molto diverso rispetto a quello che accadrebbe in Italia. Nel nostro paese nessuno si offenderebbe, o almeno non nascerebbe nessun dibattito pubblico, se un comico bianco in prima serata si tingesse la faccia di marrone per assomigliare all’ex presidente Barack Obama (come ha fatto Giovanni Crozza su La7 nel programma Crozza Nel Paese Delle Meraviglie), mentre negli Stati Uniti una presentatrice verrebbe licenziata se affermasse che i bianchi americani non possono dipingersi la faccia di nero senza scontrarsi con le critiche della società (come è successo a Megyn Kelly, ex conduttrice della NBC).

È quindi possibile affermare che Italia e Stati Uniti non hanno la stessa sensibilità nei confronti di un fenomeno come il blackface e che, se la vendita del prodotto in questione si fosse limitata al territorio nazionale, molto probabilmente nessun possibile acquirente si sarebbe sentito offeso.

Prada si è ovviamente scusata, ha negato qualsiasi motivazione razzista e ha prontamente ritirato l’articolo dal mercato, ma sembra ovvio agli occhi di tutti che l’abbia fatto più per una questione di immagine che per sincero pentimento e reale comprensione verso un gesto da alcuni reputato razzista. Un fatto del genere fa nascere diversi quesiti: in un mercato, e conseguentemente in un mondo così globale, i dettami di una cultura diversa vengono seguiti perché realmente compresi e accettati o solo per evitare una reazione negativa? Se decidiamo di applicare i metri di giudizio di una cultura perché ritenuti in qualche modo universali (in questo caso, ritenere razzista il comportamento di Prada perché, anche se in Italia non è considerato offensivo, urta la sensibilità della comunità nera), non si rischia un effetto degenerante per cui ogni polemica venga, invece che analizzata e superata, considerata un’esagerazione (è il caso del politically correct, dove una attenzione vista come troppo eccessiva al rispetto generale causa l’effetto opposto, provocando accuse di buonismo)? Se la risposta è sì, siamo davvero pronti, soprattutto culturalmente, alle conseguenze di questa presa di posizione? Se la risposta è no, è possibile trovare un’altra via, una sorta di linea di confine che divide la vera scorrettezza da una troppo sensibile e controproducente? Sono domande da porsi in questo nuovo mondo che è cosmopolita, ma allo stesso tempo non lo è.


articolo di Vox: https://www.vox.com/the-goods/2018/12/14/18141320/prada-racist-blackface-imagery-sambo-figurines-charms

episodio di Crozza Nel Paese Delle Meraviglie: https://it.dplay.com/nove/fratelli-di-crozza/stagione-1-ep-10-barack-a-michelle-obama-per-crozza-100-selfie-con-renzi/

popolazione afroamericana negli Stati Uniti: https://www.ilpost.it/2016/08/27/numero-afroamericani-stati-uniti/

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