Generali

Striscioni sul fianco

Brembate (BG), 13 maggio. Evento in programma: aperitivo elettorale con il Capitano. Tutto regolare, sennonché compare appeso sul balcone di una palazzina uno striscione bianco che sentenzia “Non sei il benvenuto”. Alle 9 di mattina viene rimosso dai Vigili del Fuoco, su ordine della Questura di Bergamo. Già era avvenuto qualcosa di simile a Salerno il 6 maggio, dove la Digos aveva rimosso da un balcone il messaggio “Questa Lega è una vergogna”, e a Bari, dove per poco ha sventolato lo scabro ma vibrante accostamento “Salvini bimbominkia”. La risonanza dei due precedenti episodi era però stata inevitabilmente compromessa dalla natura chiaramente offensiva nei confronti di un partito politico e oltraggiosa nei confronti di un pubblico ufficiale. Il caso di Brembate invece risulta privo di questi connotati e infatti è da lì che si è innescata la miccia di una protesta diffusa nei social che ha avuto come maggiore bersaglio (per ora) la manifestazione di sabato 18 a Milano organizzata da Salvini e compagni di bevute d’Oltralpe. 

Così sono nate le Balconiadi, una gara a chi riesce a far svolazzare dal proprio balcone (per più tempo?) lo striscione anti-Salvini più simpatico. Il Capitano sembra se la rida di gusto, manda i suoi umidi bacioni come di consueto e via, pronto di nuovo a parlare di cose serie, dei taxisti del mare, dell’invasione dei saturniani finanziati da Macron.

Ma dietro e oltre il grande bazar della popolitica odierna, resta il fatto che a Brembate è stato rimosso uno striscione con una scritta né offensiva né oltraggiosa. Esistono giustificazioni giuridiche possibili per tale atto? La risposta è affermativa. Innanzitutto la fattispecie è disciplinata da due articoli del codice civile, il 1102 e il 1120, da cui si desume che è vietato esporre striscioni ove si violano le regole condominiali -in caso di condominio- e ove si viola l’estetica del palazzo, ossia il decoro architettonico; ovviamente conditio sine qua non è che si sia proprietari dello stabile ove si appende, in caso di edifici pubblici la situazione si diversifica in base all’edificio considerato. Dunque, il balcone era quello di un’abitazione in cui la titolare è morta da anni, ma è evidente che al momento della rimozione non era dato saperlo, dunque si tratterebbe di una giustificazione a posteriori; aggiunto che non si suole ritenere gli striscioni appesi elementi inficianti il decoro architettonico urbano, possiamo affermare che tali giustificazioni non sono adatte a questo caso. Si può comunque considerare poi un’altra norma, contenuta nell’art.72 della legge 26 del 1948, ripresa dall’art.99 del d.P.R. 361/1957, secondo cui si punisce con la reclusione chi con qualsiasi mezzo impedisca o turbi una riunione elettorale; ma la giurisprudenza ha chiarito che la turbativa è tale solo quando pregiudica la possibilità di riunione. E non certo ha avuto tali implicazioni il nostro “Non sei il benvenuto”. Nel 2011 la Corte Costituzionale ha stabilito, in osservanza della libertà di manifestazione del pensiero (art.21 Cost.) che è possibile manifestare critiche anche lesive dell’onore altrui “purchè siano strumentalmente collegate alla manifestazione di un dissenso ragionato”. E’ proprio qui che risiede il limite alla certezza giuridica che lascia spazio all’interpretazione, caso per caso, delle forze dell’ordine di quando ci si trovi davanti a un dissenso e quando invece davanti a un insulto.

Di interpretazione si parla dunque in ultima istanza, pur marginalizzata da un apparato normativo sicuramente corposo. Allora perché è avvenuta questa rimozione? Risposta facile sarebbe: perché Salvini, anche se dice che la cosa lo diverte, ha tendenze dispotiche, teme il contrasto, controlla le forze armate (non vero). Ma il fenomeno non nasce con Salvini, parrebbe essere già capitato in passato con svariati striscioni, anche non oltraggiosi, contro altri politici, tra cui Matteo Renzi e Marco Minniti nel 2017.

Lo striscione appeso sui muri del proprio domicilio rappresenta una forma di contestazione molto particolare e forse sottovalutata. Innanzitutto per la sua natura di installazione “permanente”. Prendiamo il caso di un corteo organizzato per data ora e dato giorno in una via di Bologna. Il corteo è disegno a matita di un determinato problema e della determinata compagine che lo rileva: ha dei confini, spaziali e temporali ben definiti, hai dei colori ben definiti. Risultato: basta al politico, al giornalista, al questore di turno fare qualche ritocco là dove serve, passare sul foglio una gomma nei punti giusti, ed ecco che è pronto a diventare “il solito corteo dei centri a-sociali” (si facessero meno canne!), (andassero a studiare), (ti pare di fare quei gesti?). E via nell’inceneritore mediatico. Il giorno dopo regna la calma. Magari erano pure chiassosi, o violenti, quindi meglio proprio dimenticarlo, quel brutto incubo.

Uno striscione che sventola placido dal balcone di una casa è silenzioso, non occupa nemmeno spazi pubblici, non inquina né da un punto di vista acustico né da un punto di vista paesaggistico. Non ha un termine, potenzialmente potrebbe essere lasciato lì anni. È lì, pendulo, pronto a indispettire esattamente ed esclusivamente coloro che si sentono presi in causa. Inoltre, viene meno il mantra della “lotta con gli stessi mezzi”, nel social, in tv, il lenzuolo è lì, pronto a imbavagliarti con la sua materialità. Ma dove poi? Potenzialmente, ovunque. Da Palermo ad Aosta. Una materialità diffusa è ben più spaesante, e forse anche più imprevedibile, di una virtualità diffusa, ne sfrutta i comodi meccanismi magari, per l’attuazione, ma la realizzazione non avviene  nel sistema windows, ma fuori da ben altre finestre: quelle di casa.

A Milano, straripante di striscioni, non sono avvenute rimozioni se non in casi di palese illiceità dell’esposizione. Che fine ha fatto sabato la “facoltà di interpretazione” delle forze dell’ordine? Il fatto è che erano troppi, e per questo anche incontrollabili. Non basta una gru per rimuovere centinaia di panni bianchi sospesi sui palazzi. Né certo bastano dei clic.

Non è sicuro né certo che le Balconiadi avranno seguito e che sfuggiranno al grande dimenticatoio che costituisce l’essenza della nostra attuale memoria colletiva. Ma facciamo caso anche all’indiscutibile -oggi rara- simpatia di alcuni dei messaggi fatti-in-casa qua e là comparsi: e abbiamo trovato pure i guantoni migliori per questa nuova sfida, lanciata per una volta, forse anche inconsapevolmente, su un ring vero e proprio.

Sembra proprio che questi panni bianchi lasceranno in eredità alla sporca macchina politica del “quieto vivere” e alla gemella macchina del fango un improbabile ma grosso problema.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *