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“So qual è il mio dovere”

Penso che sia difficile riuscire a ricavare un’idea chiara, un identikit fedele del fenomeno dello spreco mondiale di acqua affidandoci solo ai dati riguardanti la contemporaneità, soprattutto per la grande maggioranza delle persone che ha sempre vissuto l’uso dell’acqua, fin dalla loro primissima età, come un fatto costitutivo della loro quotidianità.

Non volendo rinunciare ad avere uno sguardo obiettivo sulla realtà ma nemmeno volendo pretendere di possedere una panoramica completa e soddisfacente di tutti i problemi che affliggono le risorse idriche mondiali possiamo scegliere di seguire i primi passi del fenomeno che ci è più prossimo, di quello che assiduamente è presente nella nostra routine: l’acqua corrente. Dando un occhiata ai dati relativi ai primi tempi in cui fu resa possibile la fornitura costante di acqua all’interno delle abitazioni, almeno in Europa e Stati Uniti, ci si può effettivamente rendere conto della scelleratezza con cui ha preso avvio questo fenomeno e della poca longevità che il progetto avrebbe dovuto suggerire fin dal suo apparire. Cominciamo con una città europea:

“Si è stimato che nel 1802 il parigino medio si faceva bastare cinque litri d’acqua al giorno; alla fine del secolo, la quantità era dieci volte tanto”, ossia 50 litri. Possono sembrare molti ma sono una sciocchezza se comparati alle quantità di acqua fornite negli USA, infatti “negli anni sessanta del XIX sec. le cittadine del New England fornivano da 132 a 170 litri pro capite al giorno; a Boston, Chicago e altre grandi città, la quantità variava da 227 a 378 litri; nel 1884 l’eccezionale fornitura di Atlanta fu di 855 litri a persona, dieci volte quella di Madrid o Berlino”. Ritornando all’Europa, le quantità d’acqua pro capite si abbassano leggermente ma aumenta la capillarità della distribuzione, soprattutto se guardiamo a Nord: “la fornitura costante di acqua fu introdotta a Londra negli anni 70-90 del XIX secolo. […] Londra riforniva giorno e notte i suoi 7 milioni di abitanti di 760 milioni di litri d’acqua (108 litri pro capite). Nel 1912 Leeds riforniva i suoi 480 000 abitanti di 98 milioni di litri (204 litri pro capite). L’Alexandria Water & Co. prelevava dal Nilo circa 19 miliardi di litri di acqua con cui riforniva 400 000 persone (47500 litri pro capite!).”

Ad accompagnare e a promuovere il sempre più crescente consumo di acqua, soprattutto quello ad uso domestico, erano “un’ampia schiera di riformatori del sistema sanitario, filantropi e persone con interessi commerciali”. L’uso dell’acqua corrente infatti non era solamente un guadagno per le compagnie di drenaggio e distribuzione idrica ma un deterrente della sporcizia e di conseguenza una buona soluzione per combattere la comparsa di epidemie. Eccezion fatta per alcuni casi, come quello di Amburgo: nella città “l’acqua veniva pompata senza alcun filtraggio dal fiume Elba”, questo sistema regalò alla città “nel 1892 un’epidemia di colera”. I problemi infatti non mancavano: la fornitura d’acqua rimase nella maggior parte delle città un’eccezione e le tubature da distribuire nel sottosuolo per garantire la distribuzione erano lunghe chilometri e suscettibili di numerose rotture e guasti. Per esempio “alla vigilia della prima guerra mondiale, se tutti i cittadini di Londra avevano acqua corrente, a Parigi ne godeva solo uno su cinque. Agli studenti stranieri in visita nella capitale francese veniva consigliato di bollire l’acqua per almeno quindici minuti”. Tuttavia un’aura di ottimismo circondava il fenomeno e la possibilità di poter accedere in ogni momento ad una fonte d’acqua divenne ben presto un’importante cifra culturale dell’occidentalità, infatti, nelle città “le fontane pubbliche e l’acqua gratuita per le scuole divennero una questione di orgoglio pubblico”. Chi era pulito era buono, e chi voleva un posto in paradiso doveva bruscarsi per bene, infatti andava sempre più formandosi l’idea che un buon credente, un vero cristiano dovesse essere necessariamente accorto nell’igiene personale. La cultura dell’acqua prendeva posto anche nelle scuole, infatti “in Francia si effettuavano vere e proprie esercitazioni che imprimevano nella mente dei ragazzi il collegamento tra igiene, pudore e amore. Essere belli e studiosi, spiegava un dettato, non compensava il fatto di essere sporchi”. Gli esercizi di grammatica erano un’occasione per ribadire la virtuosità della cura personale: “coniugate i verbi della seguente frase: “So qual è il mio dovere. Mi lavo sempre le mani”. L’uso incontrollato delle fonti idriche non è quindi una semplice tappa dell’evoluzione umana, un naturale step biologico, ma un evento tutto culturale che non esula dall’ideologia consumistica che ci accompagna da almeno 500 anni a questa parte. Ci si può allora chiedere se l’uso di acqua corrente, piuttosto che essere una cifra caratteristica delle odierne e future società civili, diverrà un capitolo della storia umana racchiuso tra due estremi temporali, tra due pagine di un libro. Nonostante sia un prodotto culturale il fenomeno ha dovuto seguire le disponibilità tecnologiche dei vari paesi in cui è andato ad instaurarsi, per esempio “Hangzhou, la grande città all’estremità meridionale del Gran Canale, l’attuale sede di Alibaba, ebbe il suo primo acquedotto nel 1931. In Italia due terzi delle case non ebbero l’acqua corrente fino agli anni Cinquanta del XX secolo.”[1] I paesi in cui ha attecchito precocemente hanno beneficiato della buona tempistica senza però curarsi del destino dei paesi in cui ha tardato a stabilirsi. Si è quindi andata a creare una grande disparità nella distribuzione dell’acqua, difatti “le stime medie indicano un consumo di 350 litri d’acqua al giorno per una famiglia canadese, di 165 per una europea e di 20 litri per una famiglia africana”[2] A questo punto ci si potrebbe domandare se ci saranno popolazioni che dovranno rinunciare ad un consumo dell’acqua vicino agli standard delle società civili odierne prima ancora di poterlo ambire, di potersene avvicinare. Sarà mai possibile garantire a tutta la popolazione mondiale una quantità di acqua giornaliera sufficiente a soddisfare i propri bisogni alimentari e igienici?

La diminuzione delle risorse idriche potabili accentuerà radicalmente le differenze tra ricchi e poveri?

Trattandosi di un bene essenziale alla vita, potrebbe essere la diminuzione di acqua potabile la principale causa che determinerà, in un futuro distopico, una società spartita tra chi può godere della vita e chi invece dovrà accapigliarsi per arrivare al giorno dopo (come nel famoso film “In Time”)? La fornitura di acqua corrente è un processo totalmente seguito dall’uomo, non previsto dalla natura stessa, per cui sarebbe molto divertente, per renderci conto della sua natura artificiale ed intricata, scegliere una strada di una città e ricostruirne sulla superficie tutto l’immenso agglomerato di tubature che contiene al suo interno, svuotarla delle sue viscere, esporre ciò che si mimetizza, ciò di cui non facciamo mai esperienza ma del quale ogni giorno ci serviamo[3] (sulla linea di ciò che è stato fatto al centro Georges Pompidou). Solo prendendo visione della sua materialità magari saremo pronti a riconoscerne la fragilità.


[1] E tutte le precedenti citazioni da: F. Trentmann, L’impero delle cose, Come siamo diventati consumatori. Dal XV al XXI secolo, Torino-Einaudi 2017

[2] http://www.parks.it/acqua/finish/pdf/acqua.nel.mondo.e.in.italia.pdf

[3]  S. Žižek, Il trash sublime, Milano-Udine Mimesis 2013

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