L'Etimo Fuggente

Non avere (che) un’acca da dire

Per essere chiari e onesti. Questo è davvero un etimo fuggente: ignota è l’origine della parola acca.

Della parola che definisce la lettera che in italiano non si pronuncia, pur avendo la stessa lettera nobili ascendenze -si veda lo spirito aspro in greco per esempio-, apparentemente non si sa un fico secco, una cicca, una mazza, un’acca, per l’appunto. Non è così ma le nostre conoscenze restano comunque poche e poco soddisfacenti.

Siamo a conoscenza della prima attestazione, che risale al 1388, nell’espressione “avere per men d’un’acca”. E poco altro.

È una storia d’emarginazione, quella della parola acca. Tanto che, come s’è visto, è divenuta a pieno titolo anche sinonimo di “niente, poco niente”, precisamente, a causa del fatto che “l’H vogliono che non sia lettera, ma semplicemente aspirazione” (1688, Note al Marmantile)

Sappiamo poi soltanto un altro dato, ossia che, secondo il Traina, “la nostra espressione non valere un’acca ha le sue origini lontane nella tendenza del latino a eliminare l’aspirazione”.

Ebbene, è però con dignità che dobbiamo affermare che non abbiamo un’acca da dire. O meglio, che non abbiamo che un’acca, da dire.

Il senso dell’acca non implica per forza una rinuncia o una pigra remissività.

Prendiamola sul personale.

Che cosa sono le nostre conoscenze davanti all’intero scibile se non quattro acche?

Domanda a questo punto necessaria e diretta. Le nostre conoscenze, condannate per definizione all’infinitamente piccolo, valgono qualcosa? O non valgono un’acca?

O non valgono che un’acca?

Propendere per la terza opzione cambia le carte in tavola. Anzi, le scopre.

E sono degli assi.

Il perché lo spiega in maniera magistrale Gianni Rodari in una forma non tanto distante dalla saggistica più raffinata: con una favola, che per chiudere riportiamo.


“L’Acca in fuga

C’era una volta un’Acca.

Era una povera Acca da poco: valeva un’acca, e lo sapeva. Perciò non montava in superbia, restava al suo posto e sopportava con pazienza le beffe delle sue compagne. Esse le dicevano:

E così, saresti anche tu una lettera dell’alfabeto? Con quella faccia?

Lo sai o non lo sai che nessuno ti pronuncia?

Lo sapeva, lo sapeva. Ma sapeva anche che all’estero ci sono paesi, e lingue, in cui l’acca ci fa la sua figura.

“Voglio andare in Germania, – pensava l’Acca, quand’era più triste del solito. – Mi hanno detto che lassù le Acca sono importantissime “.

Un giorno la fecero proprio arrabbiare. E lei, senza dire né uno né due, mise le sue poche robe in un fagotto e si mise in viaggio con l’autostop.

Apriti cielo! Quel che successe da un momento all’altro, a causa di quella fuga, non si può nemmeno descrivere.

Le chiese, rimaste senz’acca, crollarono come sotto i bombardamenti. I chioschi, diventati di colpo troppo leggeri, volarono per aria seminando giornali, birre, aranciate e granatine in ghiaccio un po’ dappertutto.

In compenso, dal cielo caddero giù i cherubini: levargli l’acca, era stato come levargli le ali.

Le chiavi non aprivano più, e chi era rimasto fuori casa dovette rassegnarsi a dormire all’aperto.

Le chitarre perdettero tutte le corde e suonavano meno delle casseruole.

Non vi dico il Chianti, senz’acca, che sapore disgustoso. Del resto era impossibile berlo, perché i bicchieri, diventati ” biccieri”, schiattavano in mille pezzi.

Mio zio stava piantando un chiodo nel muro, quando le Acca sparirono: il “ciodo” si squagliò sotto il martello peggio che se fosse stato di burro.

La mattina dopo, dalle Alpi al Mar Jonio, non un solo gallo riuscì a fare chicchirichì: facevano tutti cicciriccì, e pareva che starnutissero. Si temette un’epidemia.

Cominciò una gran caccia all’uomo, anzi, scusate, all’Acca. I posti di frontiera furono avvertiti di raddoppiare la vigilanza. L’Acca fu scoperta nelle vicinanze del Brennero, mentre tentava di entrare clandestinamente in Austria, perché non aveva passaporto. Ma dovettero pregarla in ginocchio: Resti con noi, non ci faccia questo torto! Senza di lei, non riusciremmo a pronunciare bene nemmeno il nome di Dante Alighieri. Guardi, qui c’è una petizione degli abitanti di Chiavari, che le offrono una villa al mare. E questa è una lettera del capo-stazione di Chiusi-Chianciano, che senza di lei diventerebbe il capo-stazione di Ciusi-Cianciano: sarebbe una degradazione.

L’Acca era di buon cuore, ve l’ho già detto. È rimasta, con gran sollievo del verbo chiacchierare e del pronome chicchessia. Ma bisogna trattarla con rispetto, altrimenti ci pianterà in asso un’altra volta.

Per me che sono miope, sarebbe gravissimo: con gli “occiali” senz’acca non ci vedo da qui a lì.


www.treccani.it
Il Nuovo Etimologico. Dizionario etimologico della lingua Italiana, Cortellazzo, Zolli, 2003
www.giannirodari.it

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